Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noirparte finale del quarto Spleen, da I fiori del male
Charles BaudelaireSenza tamburi, senza musica, sfilano funerali a lungo,
lentamente, nel mio cuore: Speranza
piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra
infilza nel mio cranio il suo vessillo nero.
In francese, spleen rappresenta la tristezza meditativa o la melanconia. Il termine fu reso famoso dal poeta francese Charles Baudelaire. La parola spleen deriva dal Greco splēn, “milza” ed è in relazione alla medicina greca degli umori: la bile, prodotta dalla milza, è un umore che si pensava influisse sull’umore e producesse melanconia.
Secondo Wikipedia – da cui traggo molta della mia saccenza – lo spleen decadente di Baudelaire “è una forma particolare di disagio esistenziale le cui motivazioni non risiedono in episodi specifici, ma rimandano alla natura sensibile del poeta, alla sua incapacità di adeguamento al mondo reale”.
Secondo il mio amico Sergio, che è un filosofo e un genio, lo Spleen di Baudelaire coincide con la Noia di Leopardi, e filosoficamente si traduce col termine “inettitudine”: tristezza e melanconia della non azione. I due termini possone essere addirittura accorpati nella “malinconoia” (sua libera traduzione dal tedesco) di alcuni romantici tedeschi. Per Sergio, che è un genio e un filosofo (ma questo forse l’ho già detto), per Nietzsche l’inettitudine è la condizione antitetica al Superuomo: “Io non agisco perché ho paura del futuro, e così facendo creo uno stato di malinconia.” Il Superuomo invece reagisce grazie al suo amore per l’incertezza. In fondo una riedizione dell’epicureo “carpe diem“.
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